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L'avanzata dei furbetti

nescidalila camera2di Mario Meliadò - Il Sistema che a noi non piace è quello dei furbi irresponsabili: e non ci riferiamo a chi invece rivendica il proprio senso di responsabilità per aver consentito al Paese di continuare ad avere un Governo centrale, a fronte dell'horror vacui, del baratro che avrebbe potuto spalancarsi davanti a 56 milioni d'italiani in ragione dell'assenza di un Esecutivo giusto nel momento della prova, giusto prima dell'ennesima Finanziaria "lacrime&sangue" per non far scattare le pesantissime clausole di salvaguardia che attengono all'Iva, l'Imposta sul valore aggiunto.

Eh, no.

I furbi irresponsabili sono i tanti, ormai veramente troppi politicanti/partitini/movimentini/gruppuscoli che si presentano con un programma e poi sono repentinamente pronti a disattenderne i punti-chiave (e, nei casi più gravi, fare dichiaratamente l'opposto). E soprattutto i politici che, come il ragazzino che porta via il pallone perché sta perdendo, decidono di lasciare una formazione politico-partitica nel momento in cui è ormai chiaro che non possono assicurarsene la governance.

Una cosa triste, diciamolo.

E se "avantieri", quando alla guida del Paese e del Partito democratico c'era Matteo Renzi, questo è accaduto con Pierluigi Bersani (e la 'meteora' Pippo Civati), se "ieri" è accaduto col Governatore ligure Giovanni Toti rispetto a una Forza Italia assolutamente in caduta libera rispetto alle fortune passate dell'ex-Cavaliere Silvio Berlusconi, beh, oggi succede con un Pd repentinamente orfano di un Renzi che però il distacco dall'ala "mancina" governata da Nicola Zingaretti lo preparava da tempo («Un po' me l'aspettavo...» ha commentato a caldo il Governatore del Lazio, con grande senso della realtà).

Non è uno spettacolo particolarmente bello.

Un tempo, d'accordo, c'erano i Grandi Partiti che proprio per queste dimensioni elefantiache – anche dal punto di vista strutturale, non solo per l'ampiezza di elettorato e attivisti che ricomprendevano – erano fisiologicamente squassati dalle "correnti". Ma adesso, le "correnti" sono sparite?
Assolutamente no. In più, però, c'è sempre il bambino dispettoso di turno che si porta via il pallone. E nel caso dell'ex sindaco di Firenze la cosa è anche più grave perché Matteo Renzi sapeva perfettamente cosa stava facendo nel tenere in gestazione Italia Viva, eppure ugualmente ha fatto da king-maker del Conte-bis senza dire una parola circa il diverso assetto che solo un grappolo di ore più tardi avrebbe di fatto assegnato al suo ormai ex-partito... L'instabilità appare dietro l'angolo, i possibili ricatti all'Esecutivo nei (ricorrenti) momenti cruciali della legislatura (per esempio, quando si tratterà di votare la prossima Legge di stabilità) pure.

Ma bisogna aggiungere che molti, tra gli osservatori, ritenevano che almeno parzialmente il Movimento Cinquestelle (rigorismo, giustizialismo, populismo...) avrebbe contagiato il Partito democratico: ecco, paradossalmente sta avvenendo il contrario.

Succede per esempio che all'improvviso non c'è più a Roma né in Calabria la (presunta) tenuta stagna del movimento di Grillo-Casaleggio-Di Maio.

E se quella di Alessandro Di Battista rispetto all'ex vicepremier (e oggi ministro degli Esteri) pentastellato è assai più che un'ombra lunga, dopo la mai chiarita "bocciatura" di un nome prestigioso del M5S come il presidente della Commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra quale possibile ministro dell'Istruzione, considerato che la sola Anna Laura Orrico è stata cooptata nella squadra di Giuseppe Conte (quale sottosegretario al Mibact), per "effetto domino" implode anche il self-control dei pentastellati calabresi.

E mentre già qualcuno – considerato che il politico genovese e cosentino d'adozione, da sempre nel toto-ministri, non sarebbe stato possibile "degradarlo" a semplice sottosegretario – ipotizzava che proprio Morra a questo punto potesse incarnare i requisiti di fedeltà&movimentismo per farne il perfetto candidato di Cinquestelle per la Regione, specie a pensare che in una probabilissima intesa nazionale Pd-M5S la Calabria sarà quasi sicuramente "sacrificata" dai dèm, con in subordine solo un'ipotesi "civica", ecco che la deputata esperta (due legislature) di Cinquestelle Dalila Nesci, invece che attendere un'eventuale designazione, come tutti in passato, si propone con un'auto-candidatura che "fa notizia".

Stando alla parlamentare di Tropea, «l'idea di lasciare la responsabilità d'aggregare forze a un esponente del civismo sarebbe sbagliata» perché è proprio «il M5S che si deve fare garante di un'aggregazione civica». E soprattutto, finalmente (ma solo adesso che è stato "cassato" il suo nome per il Conte-bis...) concorda su un punto sviscerato da parecchi analisti, nel corso del tempo: «È arrivato il momento di scegliere cosa vogliamo fare da grandi, non possiamo più tergiversare». Nel senso, "naturalmente", che «dobbiamo avere il coraggio di proporci per governare anche una regione così disastrata».

E se non arrivasse l'indicazione del suo nome, con o senza "Rousseau"? Anche da queste bande, come già a Livorno e altrove, c'è qualche bambino capriccioso pronto a portarsi via il pallone?