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La Calabria delle tradizioni su Rai Tre: Pierluigi Virelli racconta “Ai piedi della Sila”

articolodocumentariodi Mariateresa Ripolo - Antiche tradizioni, strumenti di lavoro rigorosamente fatti a mano, distese di campi di grano, uliveti, agrumeti, vigne. "Ai piedi della Sila" è un documentario realizzato dai registi Francesco Cordio e Fabrizio Marini, andato in onda durante la trasmissione televisiva Geo su Rai Tre. Un racconto appassionato condotto dal pluristrumentista ed etnomusicologo Pierluigi Virelli, che è possibile rivedere su Youtube o sulla sua pagina Facebook.

Un viaggio nella provincia di Crotone tra Cutro, Mesoraca, Cotronei e Roccabernarda alla scoperta di persone e luoghi cari al giovane ricercatore cutrese il cui interesse è diviso fra due mondi: quello agropastorale fatto di antiche tradizioni e quello più creativo rappresentato dalla musica. Una commistione perfetta di tradizione e musica che ha portato alla realizzazione di un documentario che rappresenta «La vera Calabria», ha detto Virelli.

Difficile restituire l'essenza di un mondo fatto di cose semplici, ma allo stesso tempo complesse, un universo di tradizioni che rischiano di non essere più tramandate. Metodi di lavorazione che possono essere spiegati solo da chi riesce ancora oggi ad essere depositario di una memoria storica la cui forza risiede nelle immagini, poche parole accompagnate da una gestualità sicura che fanno di certi mestieri «un'arte complessa e paziente». La lavorazione del latte per realizzare formaggi e ricotta, dei cesti realizzati con nocciolo e castagno e curati nei particolari, l'arte dell'intaglio e del ricamo, la possibilità di vedere un calzolaio all'opera mentre realizza scarpe in cuoio. «È quasi uno strumento musicale, è un pianoforte», esclama Pierluigi mentre osserva la signora Vittoria lavorare al telaio, mentre i piedi e le mani si muovono all'unisono scandendo il ritmo per restituire un prodotto unico, frutto di precisione e pazienza. Un mondo che oggi, nell'era dominata dalla tecnologia e dalla produzione in serie, appare spesso lontano nel tempo e nello spazio, ma che, come ci ha spiegato lo stesso Virelli, in realtà così lontano forse non lo è.

Cos'è per te la tradizione, in un'era in cui la tecnologia sembra aver preso il sopravvento?

La tecnologia non esiste se non in funzione a un contenuto che deve essere presente a priori, ciò che oggi chiamiamo tecnologia, ad esempio Wi-Fi, bluetooth, ecc., una volta poteva essere un'ascia, cioè un attrezzo. Credo che la tecnologia serva a veicolare un messaggio e quindi un contenuto che sia, ad esempio, culturale o artistico, un mezzo che permette una velocità immediata. La tradizione è, invece, il contenuto vitale che attraverso la tecnologia viaggia in dei luoghi e in dei modi che fanno bene alla tradizione stessa.

Ci sarebbe bisogno, secondo te, di riscoprire la tradizione?

Non credo ci sia un tempo adatto a scoprire la tradizione perché non si tratta di qualcosa che è fuori da noi, la tradizione siamo noi. Noi siamo il risultato, anche geneticamente e biologicamente di due esseri umani, un uomo e una donna. Il corredo genetico dei nostri genitori è la prima informazione del passato che riceviamo e che è legato a tutto il nostro albero genealogico. Io sono anche mio nonno, il mio bisnonno, mia nonna, mio zio: ognuno di noi è tutti in uno, in realtà.

Quanto è stata importante la tua famiglia per il percorso che hai fatto?

La mia famiglia culturale è la Calabria intera, tutti quelli che mi hanno voluto dare delle informazioni, in generale la mia famiglia culturale è chiunque possa avere delle influenze positive di crescita su di me: da Pasolini a Mozart.

Sei un pluristrumentista e suoni in tutto il mondo. Quale strumento musicale ti rappresenta maggiormente e dove hai suonato?

Suono corde, fiati, percussioni: chitarrino, chitarra battente, tamburo, zampogna, pipita, marranzano, vari flauti e fischietti, alcuni dei quali realizzo personalmente, che gli anziani mi hanno insegnato a costruire. Sicuramente il tamburo è stato un padre e la chitarra battente una madre a livello musicale.

Ho suonato negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Irlanda, in Svizzera, in Repubblica Ceca, in Francia, in Germania, in Polonia, oltre che in Italia.

Come viene accolta nel mondo la musica tradizionale calabrese?

La musica tradizionale, in qualsiasi posto in Europa e oltreoceano, è un corredo culturale apprezzato come se fosse oro. In Italia non è così. La musica tradizionale in generale, non solo quella calabrese, non ha culturalmente, in un senso di appartenenza, un piglio così forte e non è così tanto radicata.

Come è nato il progetto che si è concretizzato nel documentario "Ai piedi della Sila"?

Come nascono tutte le cose, un po' per caso cercando di dare al progetto un'importanza tale affinché il prodotto fosse di qualità. L'incontro con i due registi, entrambi romani, Francesco Cordio e Fabrizio Marini, è stato uno scambio di passioni che ha acceso la possibilità di collaborare in un ambito del genere. Il documentario è stato girato circa due anni fa, in quel momento mi stavo preparando per la tournée, mi sono fermato per una settimana e siamo andati in giro in Calabria a fare le riprese nei luoghi a me familiari. Quello che si vede nel documentario non è altro che il mondo che frequento quotidianamente per imparare i saperi del mondo arcaico calabrese.

Che tipo di riscontro hai avuto da parte dei calabresi che hanno visto le loro tradizioni raccontate all'interno del documentario trasmesso su Rai Tre?

Un ottimo riscontro. Tanta gente mi ha ringraziato, mi dicono: «Grazie per quello che stai facendo per tutti noi, quello che fai è una rivalsa per tutto ciò che di negativo, invece, questa terra produce».

Ho ricevuto centinaia di messaggi privati, persone con le quali non avevo contatti neanche virtuali, iniziano la conversazione scrivendomi: «Ho visto per caso il tuo documentario su Geo...», e poi mi raccontano le loro storie personali. Gente emigrata da quarant'anni in Argentina o al nord Italia o negli Stati Uniti. Mi ha scritto, ad esempio, una persona dall'Australia e mi ha detto che ha visto questo documentario insieme alla madre che si è commossa nel rivedere la Calabria che aveva lasciato e che era proprio come quella nelle immagini. Credo che questo sia il frutto anche della nostalgia e della rabbia di averla lasciata per un'esigenza economica. Un po' come accade oggi ai profughi che vengono da noi e che troppo spesso vengono giudicati. Eravamo come loro solamente sessant'anni fa.

Secondo te, da questo punto di vista la cultura può aiutarci a diventare più empatici nei confronti dell'Altro?

L'unica cosa che possiamo fare è acculturarci e diventare più sensibili, altrimenti se non abbiamo questa sensibilità, se non sviluppiamo questa intelligenza emotiva, diventeremo sempre di più barbari, non riusciremo più a distinguere ciò che è sano o ciò che è sacro. Empatia nei confronti di noi stessi, perché non ci conosciamo, e poi di conseguenza anche nei confronti degli altri.