Agorà
 

Tra sogni, viaggi e speranze. La Rivoluzione vista da Sud di Ettore Castagna nel suo nuovo romanzo

castagnareadingdi Mariateresa Ripolo - Un mix perfetto tra musica e parole, strumenti e voce, canzoni e racconto. Ettore Castagna ha presentato così il suo ultimo romanzo "Tredici gol dalla bandierina", edito da Rubbettino, in occasione del reading concerto che si è tenuto a Bovalino in collaborazione con il Caffè Letterario "Mario La Cava".

Antropologo, cantante, musicista, professore, scrittore. Castagna è un artista a tutto tondo, capace di destreggiarsi perfettamente tra i più disparati strumenti della tradizione popolare calabrese, dalla chitarra battente, allo scacciapensieri, passando per una inusuale «paletta dell'immondizia adattata a flauto armonico», come da lui definita, ma che ha suonato magistralmente. Un romanzo, il secondo per lo scrittore calabrese, ambientato negli anni '70, in cui viene raccontata la storia di un sogno di riscatto personale e collettivo attraverso le vicende di Vito Librandi, un ragazzo calabrese, e del suo idolo Massimo "Massimeddu" Palanca, storico giocatore del Catanzaro. Diverse sono le canzoni che hanno accompagnato la lettura del romanzo, capolavori di Battiato, Guccini, De Gregori, De André, tutti rivisitati e cantati in dialetto calabrese, «un dialetto in cui non esiste il futuro dei verbi, per questo ho avuto difficoltà nel tradurre», ha specificato Castagna, «siamo un popolo senza futuro».

Il viaggio è un altro tema centrale del romanzo che racconta la storia di una generazione, quella dei ragazzi calabresi, che di viaggi ne ha fatti e continua a farne anche troppi; oggi forse più che mai, quei viaggi, come ci ha raccontato Ettore Castagna, sono molto diversi da quelli che si facevano quarant'anni fa.

I due temi fondamentali della sua ultima opera sono il viaggio e il sogno. Come li ha declinati all'interno del romanzo?

Il romanzo parla di una generazione. Gli anni '70 italiani sono stati particolari rispetto al resto dell'Europa. Il resto dell'Europa ha vissuto il '68, in Italia il movimento del '77 è stato più importante di quello del '68, secondo me. È stato un grande sogno collettivo poi brutalmente interrotto dal terrorismo, gli anni del terrorismo furono terrificanti poiché determinarono una brutale chiusura di tutti quei sogni di trasformazione. Per cui il viaggio coincide con il sogno in questo senso, era una generazione che viaggiava per viaggiare e sognava per sognare, non puntava ad una meta, ma ad una trasformazione.

Secondo lei i sogni e i viaggi per un ragazzo calabrese sono diversi rispetto a quelli altrui?

Sì, perché il romanzo rivendica un'autonomia del Sud, parla di una rivoluzione vista da Sud, della voglia di cambiare le cose in un modo autonomo. Il romanzo nega che la storia sia passata solo da Milano, da Bologna e da Roma, ma sostiene una tesi che non è solo romantica e sentimentale, ma è un voler cambiare le cose da un punto di vista Meridionale. È questa la bellezza che vorrei non si dimenticasse.

Scriverebbe un romanzo ambientato ai giorni nostri con gli stessi temi?

Sarebbe impossibile, sarebbe un atto di nostalgia o una forzatura. Io ho parlato di quegli anni ma non con nostalgia. C'è un mio caro amico scrittore, Giuseppe Aloe, che dice che lo scrittore scrive per amore di verità e ognuno ha la sua verità. Forse cercherei di ambientarlo in quello che è oggi il problema dell'identità e di un presente che non si riesce ad interpretare, la fine del sogno, la fine delle aspettative sul futuro.

Quindi lei da questo punto di vista è molto negativo?

Sono realista. Il modo di guardare al futuro di una ragazzo di oggi è completamente diverso, c'è una differenza abissale rispetto a quarant'anni fa. La storia va eccessivamente veloce per poter sperare anche lontanamente di assimilare le cose. Oggi c'è un altro mondo con sogni e aspettative diversi.

Un consiglio che darebbe a un ragazzo di oggi che coltiva ancora dei sogni?

La cosa più importate è l'autonomia del pensiero, una cosa che oggi spesso vedo mancare, non lasciarsi imbonire dai sogni falsi, commerciali, della rete, del mondo digitale e dei suoi specchietti. Riuscire a rimanere umani oggi è una cosa molto difficile.

Durante la presentazione dell'opera lei ha detto che il suo non è un libro politico. In che senso?

Non è un libro politico nel senso deteriore del termine, come non è un libro calcistico nel senso deteriore del termine. È anche calcistico se il calcio è sogno, è aspettativa, è trasporto, è emozione; è anche politico se la politica è impegno etico e civile, è capacità di sognare, è intenzione reale di trasformare le cose. Lo è e non lo è, sia calcistico che politico.

Come giudica la situazione politica che viviamo oggi da antropologo e da scrittore?

Da antropologo il discorso sarebbe troppo lungo. Siamo in una fase che vede la società italiana in trasformazione netta, queste trasformazioni vanno troppo veloci e hanno innescato delle grandissime paure nelle persone, si ragiona in base a paure irrazionali. Siamo in una fase molto simile a quella che ha portato i fascismi in Europa negli anni '20 e '30, quando si comincia a ragionare con le paure collettive si cerca a tutti i costi un capro espiatorio. È la Società che è causa della propria crisi ed è la Società stessa che deve risolverla. Emotivamente dico che questi sono anni in cui faccio fatica a riconoscermi, vengo dalla generazione dell'impegno civile. Io ho fatto dello studio e della conoscenza la base della mia vita, oggi paradossalmente chi studia viene addirittura disprezzato, disprezzare la conoscenza è anche disprezzare l'invito dantesco, fatti non fummo per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, e questo credo sia assolutamente vero!